Lezioni di attualita' sui banchi di scuola
San Benedetto del Tronto | Tonino Armata scrive una missiva al Pofessor Romualdo Discenza e alla Professoressa Maria Pia Silla.
di Tonino Armata
Dal dibattito che si svolge nella scuola giungono forti sollecitazioni a trattare in classe argomenti di attualità. Sembra che si possa vincere la noia che spesso caratterizza le lezioni mettendo a tema argomenti vivi, quasi in diretta. E' giusto affrontare con i propri studenti temi d'attualità, anche se non è vero che si risolva la questione della scuola chiudendo i testi di grammatica o di matematica per aprire i file sulla guerra in Iraq o di pedofilia o sulla piaga dello spinello.
Ciò che è decisivo in una classe non è che si parli di San Benedetto del Tronto o di Ascoli Piceno o di Baghdad, ma il legame che ha con l'umano di ciò che si fa. Un insegnante potrebbe parlare tutti i giorni di attualità, ma non porterebbe a nulla se la norma con cui lo fa è estranea alla sua umanità e a quella che si trova davanti. Ben venga quindi l'attualità, anche se la sfida di oggi è che c'entri con il destino della persona una regola di grammatica e una funzione algebrica. Senza questo l'attualità è l'ennesima droga, che al momento esalta per poi farci precipitare in un vuoto più profondo di prima. La scuola è spesso un contesto di estraneità, non perché tratti di cose inattuali, ma perché lascia fuori la vita. E' allora dalla vita che si deve ricominciare.
Nell'esortare la scuola a trattare in classe temi d'attualità, così come nell'incoraggiare la lettura dei quotidiani, c'è il pericolo che dall'attualità si cominci e lì si finisca, il che per una scuola è poco. Il fatto è che chi insegna dovrebbe saper cogliere una doppia opportunità. Affrontare l'attualità quando i fatti della cronaca, locale, nazionale o mondiale, offrano spunto per integrare ciò che è scritto nei libri. Richiamare la presenza di elementi immutabili nella storia degli uomini e, al contrario, far notare quanto dei fatti raccontati in un quotidiano ricordino a volte remoti resoconti. Non è facile, mi rendo conto, anche se proprio l'attualità offre un buon esempio.
Il comico Paolo Rossi avrebbe voluto dire in tv alcuni brani tratti dalla "Guerra del Peloponneso" di Tucidide, quelli dove il grande storico racconta in che cosa consistesse, secondo Pericle, la democrazia ateniese: l'idea che le leggi debbano essere fatte per favorire i molti e non i pochi; che i cittadini eminenti fossero chiamati a servire la città (lo Stato) non come privilegio ma come una ricompensa al merito e come di ciò non fosse lecito profittare: "Senza danneggiarci esercitiamo reciprocamente i rapporti privati nella vita pubblica, la reverenza soprattutto ci impedisce di violare le leggi" (Libro II, 37,3).
In ciò che Pericle (Tucidide) chiama "reverenza" sta quell'elemento aggiuntivo che distingue oggi più di ieri una vera democrazia da un sistema dove ci si limita a esercitare un diritto di voto che con i media attuali è così facile distorcere. Qui il bravo insegnante potrebbe saltare da Tucidide all'ultimo libro di Faeed Zakaria, "Il frutto della democrazia" (Rizzoli editore) dove proprio di questo si parla. Il contesto in cui si svolge una consultazione elettorale è importante quanto il fatto che una consultazione ci sia.
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20/01/2004
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