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Politiche del lavoro. Un seminario sulla delocalizzazione

| ANCONA - Seminario di approfondimento sul tema, questa mattina, dopo quelli sull'occupazione giovanile, femminile, sul ricambio generazionale e sulle politiche migratorie, all'interno dell'agenda fissata dai Piani annuale e triennale del lavoro.

L'occasione è stata la presentazione di una ricerca che ha esaminato il fenomeno a livello marchigiano, inserito in un contesto evolutivo e in un processo a livello mondiale.

L'assessore al Lavoro Ugo Ascoli, introducendo i lavori, ha sottolineato la profonda diversità che esiste tra delocalizzazione e internazionalizzazione.

Con la prima si intende lo spostamento delle attività produttive in toto, o in parte, con riflessi negativi sull'occupazione e sulle strategie aziendali. Mentre con  l'internazionalizzazione si entra nel mercati esteri senza smantellamento delle posizioni di partenza, ma, al contrario, il processo può comportare un rafforzamento di tali posizioni, una crescita delle strategie di marketing, di ricerca e innovazione.

La delocalizzazione - intesa in senso lato come "investimenti diretti esteri", quindi comprendente anche l'internazionalizzazione – è una tendenza inarrestabile e logica conseguenza della globalizzazione e della forte crescita dei paesi emergenti e in via di transizione, che diventano sempre "più simili ai paesi industrializzati".

Tendenza, peraltro, ha messo in evidenza la ricerca illustrata da Mariangela Paradisi dell'Università Politecnica delle Marche, non uguale per tutti i settori, nel senso che alcuni risultano più "sensibili": è il caso delle calzature e dell'abbigliamento-maglieria, condizionati anche dalla ricerca di mano d'opera a costi più bassi e settori dove il costo del lavoro incide considerevolmente su quelli totali.

Ci sono poi le aziende che "decentrano" fasi di produzione all'estero, facendo nella sostanza, quello che sono abituati a fare anche all'interno del distretto.

E' chiaro che, nella delocalizzazione in senso stretto, gli effetti sull'occupazione nel breve periodo sono negativi, con una ricaduta che è a cascata perché trascina buona parte dell'indotto, ma, ancor più grave, comporta gradualmente lo spostamento verso l'estero non solo della fase produttiva, ma anche di quella progettuale: Giuliano Conti, docente universitario, ha sottolineato che non si può tenere a lungo lontana la fase della progettazione da quella "del fare".

Si vengono a perdere, inoltre, i vantaggi che ci sono nei distretti, tutta quella rete di relazioni positive che creano un clima favorevole alla vita delle imprese: un sistema mai totalmente riproducibile – ha detto Ascoli – e, infatti, ci sono imprese che, fatta l'esperienza della delocalizzazione, sono tornate e, le industrie più grandi si sono, in molti casi, attrezzate con un'elevata tecnologia per ridurre i costi, scegliendo di non varcare i confini nazionali.

C'è poi il problema dei problemi: la necessità di garantire la formazione dei giovani, prevedendo un sistema scolastico-formativo che renda attraente il lavoro artigiano, e, anche una politica per l'immigrazione sia per formare mano d'opera che per facilitare la crescita di nuove imprese.

12/05/2004





        
  



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