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Dov'è finita la makossa di Manu Dibango

San Benedetto del Tronto | Manu Dibango "Balade en saxo"

di

Manu Dibango

"Balade en saxo"

Chi l'avrebbe mai detto che colui che ha lanciato nel mondo la famosa makossa, la danza del Cameroun nata negli anni '50 sgraffignata anche da Michael Jackson in "Wanna be startin' somethin'", sarebbe finito a fare l'imitatore di Fausto Papetti (chapeau a Papetti!)? Ebbene sì. Con l'avvicinarsi dei suoi 80 anni Manu Dibango aveva già prestato, con ampio dubbio, il suo sassofono a molti popolarissimi temi del jazz ("My funny Valentine", "Blue moon", "Summertime", etc) e oggi, superata la fatidica data, ci riprova, arpionato da qualche sciacallo francese, a riproporre in forma di ballata temi popolari della canzone pop degli ultimi 50 anni.

Il paragone con Papetti non è certo assurdo e nella sfida di sax a vincere, per originalità e coerenza, è il nostro musicista. Usare il termine "banale" per un'operazione del genere viene davvero spontaneo. Infatti nel calderone di "Balade en saxo" vivono temi come "Et maintenant" di Bécaud, "Maladie d'amour" di Henry Salvador, "L'eté indien" di Toto Cutugno, "La foule" di Edith Piaf, "Le meteque" di Moustaki (vergognosa versione) con la celebre "Rose de Picardie" memoria d'anteguerra, con il rhythm'n'blues di Otis Redding ("Try a little tenderness" e "The dock of the bay"), dei Temptations ("My girl"), di Stevie Wonder ("Isn't she lovely"), di Percy Sledge ("When a man loves a woman") e Bobby Gentry ("Ode to Billie Joe").

Un colpo al cerchio Manu Dibango lo dà con "Perfidia" di Alberto Dominguez, tanto per rendere omaggio alla musica latina, e di Cuba in particolare, e uno alla botte con "I love Paris" di Cole Porter, classico standard del jazz. Saranno state magari richieste da juke box dei pessimi padroni di casa per cercare di accontentare ogni palato? Chissà. E' indiscusso che nella storia di Manu Dibango ci siano stati ottimi dischi e collaborazioni con artisti di ogni genere, del rock, del jazz, della fusion e della world music, ma non si può assolutamente giustificare una fine così ingloriosa per un grande personaggio della musica africana il cui unico merito, in questo disco, è di aver tirato fuori il fiato, da ottantenne, per far funzionare il suo storico sassofono. Si arriva alla fine dei settanta minuti e delle diciotto canzoni con un senso di nausea, oltre che di noia.

Voto 4/10

04/05/2014





        
  



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