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Italo – Russo: ragazzi dal mondo

San Benedetto del Tronto | Storia di un adolescente nell’era della globalizzazione.

di Martina Oddi

Jonny alla giuda di un elicottero

John Kolesnikov per il suo compleanno ha avuto una sorpresa speciale. Sua madre lo ha portato in una scuola di volo, dove si è lanciato da un bimotore aggrappato a un maestro da 2.500 metri con tanto di paracadute. Tutto è documentato in un video, che con orgoglio verrà mostrato a chiunque metta in discussione il suo coraggio. Johnny frequenta il liceo aereonautico e se la cava bene. Gli occhi svegli e sfilati, colore del bronzo come la pelle ambrata, rivelano un'intelligenza brillante e un'attitudine curiosa del mondo. Come tutti gli adolescenti preferisce il motorino e due scazzottate con gli amici al latino, ma se si tratta di fare il bravo ragazzo non si tira indietro. I suoi amici lo cercano e lo apprezzano per la sua timida franchezza, e solo la figura allungata e snella e i lineamenti mediorientali suggeriscono che il giovane sambenedettese viene da lontano.

Quanti anni hai?

17

Dove sei nato? Quando sei arrivato in Italia?

A Nalcke, in Russia, sul Causaso. Nove anni fa mia madre si è trasferita in Italia. E mi ha portato con sé.

Ti senti più italiano o straniero?

Sicuramente italiano.

E i tuoi amici come ti vedono?

Loro lo sanno che sono russo, mi chiamano il russo, ma va bene così. Anche io se devo presentarmi a qualcuno, mi presento così. È più facile.

Sei stato spesso all'estero? Com'è la percezione degli stranieri, diversa?

Be, quando vado negli Stati Uniti dico che sono italiano, lì l'Italia è molto apprezzata. È vista in un altro modo...Ma qui non ho mai avuto problemi, soprattutto con i miei coetanei.

La vostra generazione è un vero melting pot, ci sarete abituati...

Ho un amico senegalese, una volta gli si avvicina un nero e gli chiede: "Ehi come ti trattano questi bianchi?" e lui "ma che vuoi, nero?" e l'ha mandato a quel paese...Per noi è più facile integrarci, abbiamo gli stessi gusti, gusti italiani.

Pensi che la proposta di legge della ministra dell'Integrazione Cecile Kyeng, che prevede di concedere la cittadinanza a tutti i ragazzi figli di immigrati nati in Italia sia giusta?

Chi è nato in Italia è italiano. E chi vive in Italia da anti anni ha secondo me anche lui diritto a essere cittadino italiano, perché il fatto che si sia fermato qui significa che ha scelto questo paese per viverci.

Tu sei cittadino italiano?

Si, per me è stato facile avere la cittadinanza. L'aveva già presa mia madre. Per lei è stato difficile, l'hanno fatta impazzire dietro alle carte. Io sono stato fortunato mi ha aiutato lei.


Nei manuali di sociologia degli anni novanta, gli immigrati di seconda generazione - ossia i figli degli immigrati naturalizzati - sono definiti come l'anello debole del percorso di integrazione comunitaria, perché sospesi tra la tradizione e il nuovo mondo, tra gli usi dei padri e i costumi dei pari, tra il futuro e il passato, con i problemi di identità che ne conseguono naturalmente. Oggi il mondo di internet ha soffiato via le carte, e fa giocare tutti a un nuovo gioco, sullo sfondo della globalizzazione, della comunicazione e dell'informazione planetaria.

E così la doppia nazionalità viene vissuta con naturalezza e come un'opportunità. Così come realmente è. A patto che si sviluppi in un contesto sociale in cui vengano sanciti e riconosciuti dei diritti irrinunciabili. Tra quelli relativi alla persona e universalmente conclamati c'è il diritto all'autodeterminazione, che comporta la libera scelta del posto in cui si vuole vivere, con l'acquisizione della relativa cittadinanza.

Per non parlare dei diritti innegabili dei giovani di seconda generazione che ne agevolerebbero l'integrazione a beneficio della pace sociale. Se è vero che quando non riescono a integrarsi vivono in modo conflittuale la doppia appartenenza, nel caso di ragazzi come Jonnhy, invece, si relazionano al proprio mondo e a quello dei padri con spontaneità, prendendo il meglio di entrambi, e rappresentano un potenziale in termini di risorse umane per il Paese.

Adolescenti che parlano la stessa lingua e che seguono le stesse tendenze, italiani per storia. Un motivo in più, insieme all'innegabile globalizzazione, per riconoscere l'appartenenza legittima a un territorio che già ne è casa di fatto.

27/07/2013





        
  



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