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Incontri con l'autore:"Il cecchino e la bambina" di Franco Di Mare presentato sabato all'Auditorium

San Benedetto del Tronto | E' per "infrangere" in qualche modo la barriera che generalmente ergiamo automaticamente davanti alle immagini più sconvolgenti, che Franco Di Mare ha voluto scrivere un libro sulla sua esperienza della guerra.

di Maria Teresa Rosini

Franco Di Mare

Siamo abituati a pensare alla guerra nel chiuso rassicurante delle nostre occidentali abitudini, di fronte ad una "scatola" all'interno dei cui angusti confini la guerra finisce per diventare non più di una rubrica, spesso tra le meno interessanti e le più noiose, dei TG.

La normalità, la consuetudine quotidiana sono più forti e impegnano e assorbono il nostro pensiero creando uno scudo difensivo  davanti alle immagini più cruente, dalle quali ci distogliamo con sollievo magari per sparecchiare la tavola.

E' per "infrangere" in qualche modo questa barriera che generalmente ergiamo automaticamente davanti alle immagini più sconvolgenti, che Franco Di Mare ha voluto scrivere un libro sulla sua esperienza della guerra.
Impegnato come inviato, fino a pochi anni fa, in quasi tutte le aree di conflitto del mondo, ha reputato che siano le parole, i pensieri a riuscire meglio a dar conto di una realtà che le immagini non possono far altro che tratteggiare o solo lasciar intuire. Sulla guerra occorre invece pensare.

E la sua, come ci dice nella presentazione del libro "Il cecchino e la bambina" edito da Rizzoli il procuratore Ettore Picardi, è una riflessione profonda, priva di giudizi politici espliciti, che ci consente, senza scappatoie emotive, di conseguire una consapevolezza del "fattore umano" che è alla base dell' "aggressività legalizzata" che chiamiamo guerra. Il concetto di guerra è indissolubilmente legato infatti ad un'altra idea che domina sempre la vita degli uomini, anche quando si tende a rimuoverla o ad allontanarla come un insetto fastidioso e insistente: quella della morte.

La morte di esseri umani come noi è il concetto implicito, il fantasma innominato che accompagna ogni guerra. Il primo corollario di una guerra è la sicura possibilità di morire, la certezza che tanti moriranno. La morte ha un odore, ci dice Di Mare, e nei luoghi dove si compie il suo rito la percezione dell'odore dei corpi in decomposizione (simile all'odore del gas metano) accompagna ogni momento, ogni giornata insieme a tutti gli altri odori che la precarietà di vita e la paura rendono abituali nelle zone di guerra.

La guerra ha anche protagonisti, superstar della morte, come il criminale Arkan, che l'autore ha avuto l'occasione di incontrare, capace di sgozzare centinaia di persone e al contempo avere lo sguardo sereno e simpatico di un uomo come gli altri.

"Scoprire che gli occhi di un assassino possono non essere diversi dai miei" è l'idea che è rimbalzata nella mente dell'autore per essere confermata in ogni nuova esperienza che lo ha coinvolto ed è quella sulla quale, principalmente, vuole suscitare la nostra riflessione.

Nel libro scorrono 31 racconti, 31 storie che hanno incrociato lo sguardo e la sensibilità dell'autore chiedendogli di essere raccontate.

Tra le altre quella della bambina uccisa mentre rincorreva la palla sfuggita durante il gioco con alcuni compagni: il cecchino non ha avuto alcuna pietà della sua innocenza, era consapevole che uccidere i bambini abbatte la resistenza degli adulti, ridimensiona il futuro, sottrae speranza, consente di vincere, consente il prevalere delle istanze di parte. Sulla pietra dell'obitorio la bambina sorrideva nel suo ultimo sorriso ma alla domanda "Come si può uccidere una bambina?" non c'è risposta, non c'è spiegazione.

In assenza di regole, norme, valori, non può che riemergere la violenza incontrollata di chi, fra tutti gli animali del pianeta, è certamente il peggiore nella capacità di esercitare il sentimento della pietà: l'uomo.

Essere consapevoli di queste pulsioni interiori che possono giungere ad essere incontrollabili piegando ogni fatto, ogni circostanza ad occasione di ricorso alla violenza, è la strada per dominarle. E la violenza ci sollecita anche nelle esperienze quotidiane, nella creazione di barriere di natura sociale, religiosa, culturale, di genere impedendoci di vedere davvero, al di là di esse, che ogni uomo, ogni vivente è fatto della nostra stessa sostanza.

20/10/2009





        
  


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