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I luoghi leopardiani: Da Recanati a “L’infinito”

San Benedetto del Tronto | Un viaggio attraverso i luoghi della poesia leopardiana che, da paesaggio fisico, si trasformano in paesaggio spirituale, acquistando una dimensione universale.

di Elvira Apone

paesaggio sotto Recanati

Ci sono luoghi da cui l’arte è riuscita a trarre ispirazione e che, a sua volta, ha reso immortali, come accade nella poesia di Giacomo Leopardi, in cui spesso ricorrono immagini di Recanati e dell’incantevole paesaggio marchigiano che, con il mare Adriatico da un lato e quello dei monti Sibillini dall’altro, non poteva non colpire l’immaginazione del poeta, stimolarne la fantasia, il sogno, il desiderio di eternità.

Il territorio marchigiano, così straordinariamente variegato e ricco di contrasti, è presente in molte liriche del Leopardi, come, ad esempio, nelle Ricordanze, in cui il poeta parla “di quel lontano mar, quei monti azzurri” e in “A Silvia”, dedicata a Teresa Fattorini, la donna che il poeta amò e che morì giovanissima, dove il Leopardi ricorda quando, ascoltandola cantare e tessere, ammirava “il ciel sereno, le vie dorate e gli orti, e quinci il mar da lungi e quindi il monte”. L’abitazione di “Silvia”, una lunga costruzione in parte adibita a scuderia e in parte abitata dalla famiglia Fattorini, si può tutt’oggi osservare nella parte orientale della piazzetta antistante al palazzo Leopardi, la casa natale del poeta, in cui attualmente risiedono i suoi discendenti. Il palazzo venne ristrutturato nel suo aspetto attuale intorno alla metà del XVIII secolo; la biblioteca, oggi visitabile, contiene oltre 20000 volumi raccolti dal conte Monaldo, il padre del poeta. Sulla stessa piazza si trova anche la chiesa di Santa Maria in Montemorello del XVI secolo, dove Giacomo fu battezzato. Anche la piazza è stata immortalata dal Leopardi in un’altra sua famosa lirica: “Il sabato del villaggio”, in cui ci fa rivivere tutta l’atmosfera festosa, a lui estranea, creata dalle grida dei bambini che si rincorrono “su la piazzuola in frotta, e qua e là saltando, fanno un lieto romore”, mentre “la vecchierella”, seduta con le vicine “su la scala a filar” ricorda la sua giovinezza, “la donzelletta”, ritorna al tramonto dalla vicina campagna con una “mazzolin di rose e di viole”, il contadino, rientra “alla sua parca mensa, fischiando”, il falegname si affretta a finire il suo lavoro “nella chiusa bottega” prima che giunga l’alba.

E poi c’è la natura, la campagna marchigiana in tutte le sue forme, a fare da sfondo a questo universo antropico: ”il canto della rana rimota alla campagna”, “la lucciola” che “errava appo le siepi e in su l’aiuole”, “i viali odorati, ed i cipressi” nelle Ricordanze; “la gallinella” che “l’ale battendo esulta”, il canto “degli augelli” e “le ridenti piagge”, e poi il lago “di taciturne piante incoronato”, sulla cui sponda il poeta si sedeva abbandonandosi ai suoi tristi pensieri, come racconta nella lirica “La vita solitaria”. Qui siamo un po’ fuori da Recanati, esattamente nella contrada San Leopardo, dove tra la fine del '700 e l'inizio dell'800 venne fatta costruire dalla famiglia Leopardi una casa colonica, in cui la famiglia spesso si trasferiva durante l’estate. E pure nella poesia “La quiete dopo la tempesta” emerge, in tutta la sua interezza, un paesaggio umano e geografico di straordinaria intensità, un paesaggio che diventa anche emotivo perché rappresenta la calma, la serenità, seppure momentanea, dopo il dolore e la sofferenza. Il fiume Potenza, che scorre nella vallata tra Recanati e Macerata, appare “chiaro nella valle”, mentre il cielo è tornato sereno; l’artigiano si riaffaccia sull’uscio della sua bottega, la ragazza esce a raccogliere un po’ di acqua piovana, l’ortolano ritorna in strada a vendere i suoi prodotti e il viandante si rimette in cammino sul suo carro. Spesso, però, sono anche piccoli accenni quelli del Leopardi, particolari che sembrano entrare quasi casualmente nel mondo che prende forma attraverso la sua poesia. Come, ad esempio, la torre visibile nel cortile del chiostro della chiesa di Sant’Agostino, risalente al XIII secolo, la cui cuspide fu decapitata da un fulmine nella metà del XIX secolo, e che il Leopardi ha reso celebre nella lirica “Il passero solitario”: “D’in su la vetta della torre antica, passero solitario, alla campagna cantando vai finché non more il giorno”; oppure, la “torre del borgo”, che compare sempre nelle Ricordanze, e che si riferisce alla torre medievale del palazzo comunale, che si erge nell’ampia piazza centrale di Recanati, oggi dedicata al poeta.

Tuttavia, domina sempre ogni cosa una tensione verso l’ineffabile, l’inafferrabile, forse proprio perché Recanati andava stretta al Leopardi, o comunque perché questo piccolo borgo, incastonato nell’entroterra marchigiano, non poteva rappresentare tutto l’universo leopardiano, non poteva esaurire quella ricerca dell’infinito che lo animò sin dalla sua giovane età. E quel colle, il monte Tabor, meta delle passeggiate del poeta, che vi accedeva direttamente dal giardino della sua casa passando per l’orto del vicino convento di Santo Stefano, diviene per lui “il colle dell’Infinito”, lo stesso da cui, come scrive anche nella poesia “Alla luna”, composta nello stesso anno dell’Infinito, ammirava quel cerchio luminoso con gli occhi colmi di pianto, ma che nell’Infinito diviene lo stimolo, il punto di partenza verso una dimensione sovrannaturale, che il poeta riesce a creare immaginando ciò che non vede perché la siepe glielo impedisce: “dell’ultimo orizzonte il guardo esclude”.

Un colle solitario, rifugio e consolazione dell’anima, ma anche luogo geografico, fisico e tangibile, dal quale il poeta riesce a proiettarsi in un mondo fatto di “interminabili spazi”, di “sovrumani silenzi” e di “profondissima quiete”, forse solo apparentemente irreale, perché in effetti nasce dalla sua esperienza concreta, dalla sua visione della realtà circostante. Mi piace pensare, infatti, che gli “interminabili spazi” siano anche il frutto delle sue contemplazioni del panorama offerto dal susseguirsi delle verdi colline marchigiane che circondano Recanati, e che i “ sovrumani silenzi” e la “profondissima quiete” siano quelli dei campi arati che si alternano a quelle dolci colline, dove di giorno i contadini coltivavano la terra immersi in un mesto e operoso silenzio e di notte, vinti dalla stanchezza, si abbandonavano a un sonno profondo, mentre il poeta rimaneva per ore ad ammirare il cielo rischiarato dal tenue bagliore della luna e delle stelle: “Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi, che fai, silenziosa luna?”; “Vaghe stelle dell'Orsa, io non credea tornare ancor per uso a contemplarvi sul paterno giardino scintillanti.”

Così, quelle “cittadine infauste mura”, come lo stesso Leopardi le ha definite, racchiudono e custodiranno per sempre questi luoghi divenuti ormai a noi tutti familiari, ma che, al tempo stesso, grazie al genio di un poeta che ha saputo riplasmarli, sono stati accarezzati dallo spirito dell’eternità, che su di loro si è posato, per non abbandonarli mai più.

02/10/2018





        
  



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