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Genio, estro e creatività al sesto appuntamento di In Art

San Benedetto del Tronto | Partecipazione e grande interesse domenica 17 dicembre al sesto e ultimo appuntamento della prima parte della rassegna In Art.

di Elvira Apone

un momento dell'evento del 17 dicembre

Domenica 17 dicembre, presso il pub Medoc di San Benedetto del Tronto, il sesto e ultimo appuntamento della prima parte della rassegna letteraria e musicale in Art, organizzata dall’associazione culturale Rinascenza con la direzione artistica di Annalisa Frontalini in collaborazione con Paolo Soriani, ha ospitato il saggista e traduttore Massimo Carloni, che ha presentato il libro su Charles Baudelaire e Charles-Augustin de Sainte-Beuve dal titolo “Voi avete preso l’InfernoLettere e scritti 1844-1869 (Ed. Aragno), e i musicisti Francesco Diodati (chitarra elettronica), Leila Martial (voce e tastiere) e Stefano Tamborrino (batteria elettronica), che, dopo la pausa conviviale, hanno offerto al pubblico di In Art il concerto “Blackline”. A moderare l’incontro è stato il professore Giuseppe Gennari, esperto di cultura francese e presidente del centro Léo Ferrè.

Parlare di un poeta come Charles Baudelaire non era facile: controverso, bizzarro, stravagante, ha influenzato e sedotto intere generazioni di poeti, ma ha anche destato scandalo e indignazione da parte della critica di regime; e farlo attraverso il rapporto controverso e ambiguo che ha avuto con il suo amico e collega, il critico Charles-Augustin de Sainte-Beuve, con cui si è scambiato un carteggio variegato e complesso, era ancora più difficile. Eppure, domenica sera a In Art, sotto l’input del professore Giuseppe Gennari, che, con la sua verve, ha aperto il dibattito canticchiando in francese proprio alcuni versi di Baudelaire musicati da Leo Ferré, Massimo Carloni si è abbandonato a una dettagliata e puntuale ricostruzione di questo scambio epistolare, da lui tradotto e curato, che ha sollevato e tuttora solleva numerosi interrogativi su quella che lo stesso Gennari ha definito “un’attrazione fatale tra un poeta e un critico”.

Charles-Augustin de Sainte-Beuve, uno dei più grandi critici letterari della seconda metà dell’Ottocento, dotato di una scrittura gradevole, mai pedante e non troppo accademica, è stato un poeta, prima ancora di darsi alla critica letteraria. E forse, proprio il suo essere stato un poeta mancato ha influenzato i suoi giudizi critici, compreso quello su Charles Baudelaire che, per tutta la vita, ha atteso un parere favorevole da parte sua. Ma Sainte Beauve, che ha sempre scritto per giornali filo governativi, che si è sempre rivolto alla nobiltà e all’alta borghesia parigina, che ha sempre avuto un’impostazione spirituale di tutt’altra natura rispetto a quella di Baudelaire, non avrebbe mai potuto elogiare senza riserve un artista che alla sua platea sarebbe sicuramente sembrato scandaloso. Anche quando Baudelaire si aspetta una precisa e netta presa di posizione da parte sua, in particolare dopo l’uscita nel 1857 di “Les Fleurs du mal”, Sainte-Beauve, “un maestro nel saper massacrare lodando”, come lo ha acutamente e sinteticamente definito il professor Gennari, non si schiera pubblicamente a suo favore, ma gli risponde con una paternalistica lettera privata piena di consigli e rimproveri, severi suggerimenti che, tuttavia, Baudelaire, come al solito, considera preziosi incoraggiamenti. Purtroppo, nonostante sia stato anche un grande storico del suo tempo, Sainte-Beauve, come ha spiegato Massimo Carloni, non ha avuto soltanto il grande difetto di aver misconosciuto la grandezza di Beaudelaire, ma anche quello di aver dissuaso molti giovani poeti a imitarlo. E come ha affermato sempre Carloni: “Sainte Beauve ha sempre criticato le opere sostenendo di dover passare attraverso l’uomo che le aveva composte” e risiede forse proprio qui il motivo per cui non è riuscito ad accettare del tutto l’opera di Beaudelaire che, invece, nei suoi confronti, si è sempre comportato come uomo prima ancora che come poeta.

Ma esiste un confine tra uomo e poeta? C’è una vera e propria distinzione tra dimensione privata e sfera pubblica riguardo all’arte? Sostenendo che “il linguaggio della poesia non è un linguaggio comune” e che “l’arte come veicolo di espressione non avrebbe senso se l’io artista si potesse esprimere nella vita di ogni giorno”, Massimo Carloni ha riacceso un ulteriore dibattito che ha            suscitato sia curiosità nel pubblico che interessanti interventi da parte degli artisti ospiti. A questo proposito, infatti, Francesco Diodati ha espresso un parere contrario, sottolineando che l’arte, pur essendo un’esperienza umana separata dalla parte razionale, non deve, tuttavia, essere considerata un’attività del tutto dissociata da contesti sociali. L’arte, forse la musica in particolare, può anche nascere da momenti collettivi e non solo da un’esperienza privata: “I geni sono stati tali nonostante la follia e non perché erano folli” ha dichiarato Diodati. Resta comunque il fatto che un artista come Baudelaire, un uomo geniale e folle che ha scritto versi memorabili, che ha fatto conoscere in Europa, grazie alle sue traduzioni, i racconti di Edgar Allan Poe e che, a dispetto dei suoi timidi e freddi giudizi, ha ammirato e idolatrato Sainte Beauve fino a riconoscergli persino il merito di aver aperto la via a “Les Fleurs du mal”, continuerà a destare interesse e attrazione proprio per quel suo essere sopra le righe, proprio per quella sua capacità di uscire fuori dagli schemi.

E fuori da ogni schema, al di là di qualsiasi compromesso, privo di qualunque etichetta che possa intrappolarlo in una “scatola”, è il progetto “Blackline”, in cui il chitarrista Francesco Diodati, che lo ha ideato ed elaborato, ha coinvolto il batterista Stefano Tamborrini e la cantante francese Leila Martial. Un progetto innovativo che, attraverso una serie di concerti in tutta Italia, questo trio di giovani artisti sta facendo conoscere a un pubblico sempre più vasto. Terzo dopo i primi due tenuti a Roma, quello di domenica sera a In Art è stato un concerto stupefacente non solo per l’originalità e la particolarità della musica proposta, ma anche per la capacità di creare atmosfere di forte impatto emotivo e di notevole intensità. La voce spettacolare di Leila Martial, che il professor Gennari ha definito “unica nel suo genere” nonché “l’unica donna finora ad aver vinto un premio musicale davanti a una giuria maschilista” è riuscita, come uno strumento tra gli strumenti, a destare sensazioni nuove e inattese, sentimenti forti e contrastanti densi di pathos e di reminiscenze lontane nel tempo che si caricavano di un nuovo splendore, che sembravano attingere agli albori della nostra civiltà per poi fondersi e confondersi nella modernità dei suoni della chitarra e della batteria elettrica che l’accompagnavano. Tra improvvisazione, tecnica, estro e talento, i tre artisti hanno regalato al pubblico di In Art un concerto emozionante che ha stupito e coinvolto, che ha catturato l’attenzione di tutti come una calamita, che ha impregnato l’aria di un’eco disegnata dai ghirigori vocali di Leila Martial, dalle note liquide e vibranti della chitarra di Francesco Diodati e dai suoni densi e decisi della batteria di Stefano Tamborrino.

Un arcobaleno musicale, che sapeva di antico e di moderno, di passato e di presente, di pioggia e di sole, di dolore e di gioia, di attesa e di incontro, di inquietudine e di speranza, un arcobaleno che ha vinto il silenzio e che, poi, a sua volta, si è spento in un rinnovato silenzio, un silenzio che porterà a lungo i segni lasciati dal genio e dalla creatività di artisti “senza compromessi”.

 

19/12/2017





        
  



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