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Una storia “italiana” : intervista alla pianista albanese Irma Picari.

San Benedetto del Tronto | E’ il 13 marzo 1991 e sul quotidiano "l’Unità", tra le righe dell’articolo di Mario Riccio sugli albanesi sbarcati a Brindisi e trasferiti al campo profughi di Capua, c’é la testimonianza dei primi giorni in Italia di Irma Picari.

di Maria Teresa Rosini

La pianista Irma Picari

E’ il 13 marzo 1991 e sul quotidiano l’Unità, tra le righe dell’articolo di Mario Riccio sugli albanesi sbarcati a Brindisi e trasferiti al campo profughi di Capua, c’é la testimonianza dei primi giorni in Italia di Irma Picari.

Un giovane pallavolista albanese “28 anni, giocatore di serie A, chiede al giornalista, dall'alto dei suoi due metri: «Aiutatemi a trovare un ingaggio in una squadra e un lavoro per mia moglie Irma, insegnante di pianoforte»”  come rivolgendosi tramite lui all’Italia intera.

In questa semplice frase erano racchiuse tutte le speranze di una giovane coppia in fuga dalla propria nazione alle prese con una drammatica transizione politica. Una coppia che si sarebbe potuta dire fortunata se paragonata alla “gente dei gommoni”, ma a cui nessuno allora avrebbe potuto garantire quale futuro si sarebbe aperto dietro l’angolo di quelle giornate convulse.

 

Irma Picari vive in Italia da quel marzo del 1991. E’ una musicista e una concertista molto preparata, diplomata in pianoforte al Conservatorio di Tirana ha convalidato il suo titolo presso il Conservatorio G. Verdi di Milano nel 2001. L’abbiamo ascoltata, alcuni mesi fa, suonare con passione e sensibilità non comuni il Concerto di Colonia di Keith Jarrett al teatro Concordia di San Benedetto del Tronto.

E’ anche un’ottima insegnante come testimonia la seria preparazione dei suoi allievi.

 

Ma oggi, sola dopo una separazione non indolore, Irma fa i conti con la sua condizione di donna e madre sola, straniera, ancora senza un lavoro stabile nonostante le competenze professionali di prim’ordine, occupata a dare lezioni private senza poter accedere alla professione di insegnante nei Conservatori o in Istituti musicali perché priva, nonostante i vent’anni trascorsi nel nostro paese, della cittadinanza italiana. Un “handicap” burocratico, questo, che non le consente di accedere ad una situazione professionale più adeguata. Per diventare cittadina di questo paese sarebbe necessario un impiego stabile, ma non può accedervi senza avere il requisito della cittadinanza: un circolo vizioso che sembra senza uscita.

Lavorare nel campo della musica in Italia è già difficile per un italiano. Per uno straniero sembra quasi impossibile nonostante meriti e professionalità.

 

E’ per questa sua condizione di che Irma accetta di  raccontarci di lei, della sua storia, della terribile ingiustizia che deve essere aver dato alla musica tutta la  vita senza  riuscire ancora ad averne indietro almeno un lavoro dignitoso.

 

Qual è il suo primo ricordo legato alla musica? 

“Le insopportabili esercitazioni dei miei zii al violino…..” Irma sorride e spiega:

“Sono cresciuta insieme alla mia famiglia, i nonni e i miei sette zii in una grande casa molto bella di costruzione italiana. Due dei miei zii frequentavano appunto la scuola di musica e suonavano entrambi il violino. Si esercitavano in casa tutto il giorno… quel suono però non mi affascinava affatto, lo trovavo anzi monotono e sgradevole, ma ero anche una bambina di pochi anni.”

“I miei genitori invece non erano musicisti e dunque non sono figlia d’arte” continua a raccontare.

“Lavoravano in tutt’altro campo: erano due medici. Mio padre è stato un chirurgo importante nel mio paese, mia madre era un medico generico. Divorziarono quando ero piuttosto piccola e, come avviene di solito nei bambini, questa vicenda mi segnò profondamente soprattutto nel rapporto con mio padre. La loro scelta non mi venne mai spiegata. Era consuetudine allora in Albania che ai bambini non si dovesse rendere conto delle “cose dei grandi” e così non riuscii ad elaborarla.

 

Se la musica divenne l’universo nel quale scelsi di crescere e di trovare la mia identità, occorre dire che all’inizio non fu una mia iniziativa. Fu mia madre a sceglierla per me che avevo solo sei anni.

Una scelta appropriata, evidentemente: essendo una bambina molto timida che stava  per conto suo e non parlava volentieri, pensò che quella della musica potesse essere per me una buona occasione di istruzione. Inoltre frequentare la scuola di musica voleva dire nel mio paese la possibilità di avere in futuro anche un buon lavoro.”

"Avevo solo sei anni quando iniziai a frequentare la scuola di musica dopo aver sostenuto un concorso per esservi ammessa. Le prove erano semplici, ma servivano ad accertare che fossero presenti le attitudini di base per intraprendere quel genere di studio. Una volta ammessa potevi continuare solo attraverso nuovi concorsi… quindi c’erano prove ed esami ogni anno."

 

Com’era la tua vita in quei primi anni in un paese non libero e certo non ricco? 

“Eravamo intorno alla metà degli anni ‘60. La scuola di musica che frequentavo distava circa mezz’ora di cammino da casa mia ed io, non avendo noi l’automobile, molto rara in Albania in quegli anni, percorrevo ogni giorno per tre volte, a piedi e con ogni tempo, il tragitto da casa a scuola.

Al mattino, intorno alle cinque, ci trovavamo ad aprire l’edificio io e la custode che puliva la scuola.

Mi esercitavo al pianoforte per tre ore poi andavo alle lezioni scolastiche. Dall’una alle tre seguivo le lezioni di pianoforte poi tornavo a casa per il pranzo. Non avendo un pianoforte perché non potevamo permettercelo, dovevo tornare a scuola anche il pomeriggio per esercitarmi. 

La scuola era un istituto privo di riscaldamento per cui in inverno prima di iniziare a suonare dovevi scaldarti le mani…le difficoltà erano tali che potevi andare avanti solo con una forte motivazione e quella non mi mancava.

Il pianoforte è stato per me da subito un rifugio ed è diventato rapidamente tutto il mio mondo. Sono stata da subito molto costante nello studio, molto rigida e severa con me stessa….. non mi confrontavo con gli altri ma con il giudizio che io stessa mi attribuivo… non ero mai pienamente soddisfatta e pretendevo sempre più da me stessa. In seguito sono arrivata a studiare anche 12 ore al giorno…”

 

Il tuo impegno era riconosciuto dagli insegnanti, dai compagni di corso? 

“L’intensità del mio impegno fece sì che da subito io venissi scelta ad ogni saggio per eseguire, in quanto migliore pianista del mio livello, il concerto che chiudeva l’evento.

Lo studio del pianoforte assorbì una parte consistente della mia vita per molti anni, era il punto di riferimento attraverso cui misurare il mio valore e con cui confrontarmi quotidianamente…. Direi l’obiettivo della mia esistenza. Ne ho ottenuto molti riconoscimenti, ma, come vedi, non è servito a molto.”

 

Come è stato confrontarsi con l’ambiente dei musicisti e degli studenti della scuola in Albania? C’erano discriminazioni, privilegi, prevaricazioni ? Essere donna in quel mondo cosa significava? 

“Per quanto potevi valere eri sempre, in qualche modo, sottomessa ad un sistema….

Un sistema alimentato da un intreccio di consuetudini e tacite regole determinate dal fanatismo ideologico e da una mentalità per cui se nulla ti veniva regalato, dato che non eri “nessuno”, neppure poteva bastare solo la bravura a garantirti un percorso di successo.

I Dirigenti della scuola, i colleghi di ruolo più elevato non erano disposti a concedere molto se non  avendo qualcosa in cambio. E per una ragazza si può immaginare di cosa poteva trattarsi. Io andavo controcorrente perché pensavo: “ Fino a che mi lavorano bene le mani non ho bisogno di far lavorare altro.” Ero considerata una “mela vietata” secondo un modo dire albanese, mutuato dal verso di un poeta famoso,  che significa “qualcosa che non puoi avere”.

In questo clima mantenere molto elevato il livello del mio impegno era l’unica condizione per farcela con le mie forze.

Diventata adulta ero ormai anche una delle migliori pianiste della mia generazione. Vincitrice di concorsi e premi sia durante la frequenza del Conservatorio che dopo, fui anche scelta dalla scuola per acquisire il diploma di pianoforte nell’orchestra della televisione nazionale, che era allora una possibilità rara e qualificante.

Alla fine degli anni ottanta ero diventata docente e la mia vita divenne un susseguirsi di impegni professionali: oltre all’insegnamento e ai concerti ero molto richiesta come accompagnatrice per attori, cantanti e recital…”

 

Come mai hai scelto infine di venire in Italia? 

“In quel periodo ero molto richiesta anche dalle delegazioni straniere che avevano rapporti diplomatici con l’Albania per effettuare concerti all’estero e scambi culturali nell’ambito musicale. Non essendo però né imparentata né sponsorizzata da personaggi nazionali importanti, questa possibilità mi era preclusa: non ero libera di lasciare il paese tanto è vero che un invito per svolgere un periodo di studio e specializzazione in Germania mi fu tenuto nascosto, insieme all’articolo che ne riferiva, e ne venni a conoscenza solo un anno dopo.

Ma intorno al 1990-’91 iniziavano a cogliersi in Albania i primi segnali del cambiamento del regime e a profilarsi per me la possibilità di poter finalmente andare all’estero. Avevo già un visto per andare in Germania, ma non era convalidato dalle autorità albanesi così decisi di andare in Italia e spostarmi poi da lì.”

 

Come è stato ricominciare in Italia? 

“Arrivai in Italia con il mio fidanzato, pallavolista di serie A, su una nave di linea con un regolare viaggio e un regolare biglietto, ma venni bloccata con altri migranti a Brindisi e trasferita al campo profughi di Capua, dove fui costretta a restare per circa sei mesi.

Nonostante la mia discrezione circa la professione che svolgevo, fui individuata come musicista di un certo livello e per l’intervento del vescovo di Capua potei tenere lezioni presso una accademia e partecipare a dei concerti a Napoli. In seguito il campo profughi venne chiuso e fummo invitati ad andare “dove volevamo”: in mano un permesso di soggiorno e nessuna prospettiva concreta.

Fortunatamente, grazie alle persone che avevo avuto occasione di conoscere, fummo ospitati per alcuni mesi da una generosa signora in una sua casa ad Avellino.

Avrei voluto trovare occasioni di lavoro e in effetti avevo avuto diverse richieste, ma mio marito, che non essendo cittadino italiano non riusciva a trovare un ingaggio nelle squadre di pallavolo nazionali, era poco favorevole ad un mio possibile impegno  lavorativo che mi avrebbe inserita in un contesto sociale esterno.  

Decidemmo allora di trasferirci vicino Milano, in Brianza, dove grazie ad una lettera di presentazione del vescovo di Capua attraverso la Caritas ottenemmo una casa che successivamente acquistammo.”

 

Fu possibile concretizzare le tue capacità in un lavoro? 

“Il mio obiettivo è sempre stato la musica: suonare e insegnare. Quando finalmente mio marito trovò un lavoro per prima cosa io chiesi un pianoforte: in casa non c’erano che pochi mobili, ma io avevo bisogno di suonare, di continuare ad esercitarmi, L’inserimento in un ambiente economico ricco ma socialmente diffidente non fu facile: all’inizio non riuscivamo neanche a scambiare con i vicini i soliti convenevoli di cortesia, ma poi, nel tempo, siamo stati accettati grazie alla nostra tenacia nel riuscire a farcela comunque.

Io continuai a studiare e riuscii anche a tenere concerti in alcuni paesi europei, anche se non di grande livello. Non c’era invece alcuna possibilità di lavorare: il mio diploma non era valido in Italia e le scuole private avevano già i loro insegnanti.

Nel frattempo erano nate le mie due figlie, avute con difficoltà e desiderate molto intensamente. Così, in assenza di prospettive di lavoro, decisi di fare solo la mamma e intanto di continuare a studiare per convalidare il mio diploma attraverso un esame da privatista al Conservatorio “Giuseppe Verdi” di Milano. Affrontai l’ennesima sfida con me stessa presentando un programma molto impegnativo dal quale tentarono anche di dissuadermi.

In questo periodo pieno di impegni e con due bambine piccole, mio marito se ne andò di casa e mi trovai ad affrontare anche la  separazione.

Divenne difficile per me conciliare l’impegno intenso dello studio coi miei doveri di madre dato che, praticamente, mi ritrovai da sola.

Il  giorno precedente l’esame finale, nell’ansia di ottemperare sempre e comunque a tutti i miei compiti di madre e con la preoccupazione dell’esame da sostenere, mi procurai un taglio profondo ad una mano sbucciando della frutta e dovetti, con mia profonda disperazione, rimandare l’esame alla sessione di settembre.

L’11 settembre 2001, alle 8 di sera e completamente sola affrontai finalmente l’esame al Giuseppe Verdi. Dopo l’esecuzione del programma era obbligatorio portare anche due concerti, uno classico e uno contemporaneo, da eseguire su richiesta della commissione. Mi chiesero di eseguire il secondo tempo del Concerto per piano in sol di Ravel. Siccome la seconda parte del concerto prevede che il pianoforte suoni accompagnando l’orchestra, istintivamente io usai la mia voce per cantare la parte dell’orchestra mentre suonavo.

Il  direttore Salvetti ad un certo punto mi fermò e mi chiese: “Signora mi ha fatto venire la pelle d’oca… per favore potrebbe  suonarlo ancora una volta?”

Io naturalmente lo accontentai. Finita l’esecuzione mi ringraziò e mi chiamò presso la commissione. Lì, davanti a tutti, mi prese le mani, me le baciò e mi disse: “Peccato signora che lei non è cittadina italiana, l’avrei presa subito a lavorare con noi”.

Io gli risposi che con quella frase mi aveva “tagliato gambe e mani” e alla sua richiesta stupita del perché aggiunsi che avevo fatto tanti sacrifici per convalidare il diploma pensando che questo mi avrebbe consentito di poter lavorare nel campo della musica, dato che avevo due figlie piccole ed ero separata e quindi sola e senza reddito.

Gli dissi anche che mi sarebbe piaciuto fare solo la concertista, dato che la musica era tutta la mia vita, ma dovevo anche cercare di vivere “della musica”  cioè ricavarne sostegno economico per me e per le mie bambine.”

 

Fu una grande delusione? 

“Mi sentii di sprofondare perché non immaginavo che esistesse una legge che mi precludeva la possibilità di insegnare in un conservatorio italiano. Il direttore Salvetti mi aiutò comunque, accreditandomi presso alcune scuole private all’interno delle quali riuscì ad ottenere un orario lavorativo completo.”

 

Come mai hai poi deciso di spostarti in provincia, in un piccolo paese come Monteprandone? 

“Ho scelto alla fine di vivere a Centobuchi di Monteprandone perché mia madre viveva qui vicino, a San Benedetto del Tronto e io avevo due bambine ancora piccole. Qui però ho dovuto ricominciare tutto daccapo: farmi conoscere, dare lezioni private, tenere alcuni concerti….ma senza riuscire comunque ad ottenere una posizione professionale conforme ai miei requisiti.

Avrei voluto, e vorrei ancora, aprire una scuola di musica  ottenendo il patrocinio del Comune di Monteprandone per acquisire credibilità presso la cittadinanza in questa iniziativa. Ho ricevuto alcuni segnali positivi che però ancora non si sono concretizzati.   

Aprire una seria scuola di musica mi darebbe la possibilità di garantirmi il reddito stabile necessario per ottenere la cittadinanza italiana e offrirebbe al territorio una scuola capace di fornire una seria preparazione per tutti quei giovani che pensano di fare della musica il loro futuro, oltre a costituire una risorsa del territorio.

Io sono pronta a mettermi in gioco e a lavorare per offrire le prove della mia professionalità. Credo che le istituzioni abbiano il compito di sostenere le attività culturali del territorio in base al loro valore e alla loro serietà  accertandone la qualità.

Per ironia della sorte neanche qui, come già nel mio paese, ho appoggi o corsie preferenziali. L’unico requisito che io posso affermare di possedere senza timore di smentite è la mia professionalità, la serietà e la passione con cui insegno, la validità dei miei metodi in relazione ai risultati dei miei alunni. Spero davvero che si apra per me qualche spiraglio, una possibilità di superare questa situazione di impotenza in cui mi trovo.  A questo scopo ho anche costituito quest'anno la "Greis school", un' associazione musicale-artistica no profit.

In fondo ciò che desidero è trovare un ruolo e un’identità professionale in questo paese, un paese del quale, dopo vent'anni, vorrei sentirmi un po' parte mettendo a disposizione le mie competenze e  ottenendone il riconoscimento.

 

12/06/2013





        
  



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