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I quarantanni degli Oscar Mondadori

San Benedetto del Tronto | Nacquero nell’aprile del 1965 e subito ebbero un successo molto superiore alle attese. Provocarono anche parecchie discussioni

di Tonino Armata


Nel 1965, a Milano, in via Bianca di Savoia (zona università Bocconi), lavoravo al Centro Documentazione della casa editrice Mondadori, con l’incarico di curare la rassegna stampa (setacciavo circa 25 testate tra italiane e straniere). Come diceva il grande partigiano e poeta Vittorio Sereni (mio secondo padre di riferimento), "Questo è il posto per farsi le ossa". E continuava “Dopo, ci saranno altri incarichi di responsabilità”. Così è stato. Il 1965 fu anche l’anno degli Oscar (lo ricordo benissimo), gli Oscar Mondadori, che al ritmo di uno alla settimana, a partire dal 27 aprile, che cadeva di martedì, cominciarono ad invadere le edicole e a riempire di piccoli libri le tasche e le case degli italiani. Era una rivoluzione? In qualche modo sì. Per i tascabili non era la prima volta: c’era stata la Bur, elegante nelle sue copertine grigie, ma aveva giocato sulla riproposta di libri classici, noti o dimenticati.

Gli Oscar rompevano gli schemi e sull’esempio francese e inglese mandavano in edicola libri di successo, già consacrati dalla critica e dal pubblico e ora pronti a guadagnarsi il mare degli elettori più giovane o anche solo dei ceti emergenti, vogliosi di cultura, e soprattutto di letteratura contemporanea che non sapesse di muffa e di scuola. Gente non ancora pronta ad entrare nelle librerie, magari perché incerta sulla pronuncia di Hemingway, come notava un commentatore.
Così ad un certo punto della primavera grandi cartelloni pubblicitari invasero le città e lanciarono i primi quattro titoli: Addio alle armi di Hemingway, La ragazza di Bube di Cassola, La nausea di Sartre e Un amore di Dino Buzzati. Il prezzo era alla portata di tutte le tasche, 350 lire: l’equivalente di un biglietto per il cinema.

Nel ’65 un insegnante di scuola media guadagnava all’incirca 110 mila lire al mese, un quotidiano costava 50 lire, un chilo di pasta costava 245, una scatola di cerini 50 lire e 10 nazionali 90. Era l’epoca della radio portatile Brionvega disegnata da Marco Zanuso. Un modello eterno. Ma anche gli Oscar pensavano al futuro.

Il lancio era, infatti, all’insegna del nuovo e del giovane. Ecco cosa diceva il testo pubblicitario certamente compilato, per la seconda di copertina, da Vittorio Sereni, il raffinato poeta di Luino, il quale, allora era un dirigente della Mondadori: “Gli Oscar, i libri-transistor che fanno biblioteca presentano settimanalmente i capolavori della letteratura e le storie più avvincenti in edizione integrale superconomica per il tempo libero. Gli Oscar sono i libri per gli italiani che lavorano: per gli operai, per i tecnici, per gli impiegati, per i funzionari, per i dirigenti, per i professionisti, per gli studenti, per la famiglia, per tutti i membri attivi e informati della società. A casa, in tram, in autobus, in filobus, in metropolitana, in automobile, in taxi, in treno, in barca, in motoscafo, in transatlantico, in jet, in fabbrica, in ufficio, al bar, nei viaggi di lavoro, nei week-end, in crociera, Gli Oscar saranno sempre nella vostra tasca, sempre a portata di mano”. E finiva con un elogio alla casa editrice d’avanguardia capace di soddisfare un pubblico in movimento. Non è superfluo notare che all’epoca in Italia di metropolitane in sostanza non ce n’erano, anche se, a Milano, se ne parlava molto.

“Caro Cassola”, scriveva Alberto Mondadori il 22 febbraio del ’65, “stiamo per lanciare una nuova collana economica ad alta tiratura, al prezzo fisso di lire 350, e per la quale ho previsto una tiratura minima iniziale di 40.000 copie”. Ma la stima era prudente: gli Oscar otterranno subito un gran successo. Arnoldo Mondadori il 25 maggio del ’65 manda a Dino Buzzati un telegramma per congratularsi “circa esito pubblicazione in collana Oscar Suo ultimo romanzo…altissimo grado diffusione ammontante at 200.000 copie”. Col tempo il romanzo vendette nei soli Oscar ben 400.000 copie. Un amore, che veniva dalla scuderia Mondadori, era stato accolto da pareri discordi anche per la pruderie d’alcuni lettori.

La protagonista è una squillo e lo strillo di copertina dice: “Come un borghese può impazzire d’amore per una ragazza squillo”. Cassola e Sartre, inseriti nei primi quattro titoli di Oscar, venivano dal catalogo Einaudi. C’era stato un accordo tra Giulio Einaudi e Arnoldo Mondadori cui veniva ceduto il diritto esclusivo della pubblicazione in edizione economica dei suoi titoli. Einaudi in compenso chiedeva la garanzia che Mondatori non avrebbe sfruttato l’occasione per catturare autori del catalogo Einaudi. Molti sono, infatti, gli autori Einaudi presenti negli Oscar, da Pavese alla Ginzburg, da Bassani alla Morante. Calvino, invece non volle dare agli Oscar il suo Barone Rampante e comparve soltanto più tardi, nel ’68, con le Fiabe italiane (ero presente alla presentazione nei locali di via Sicilia nella sede di Roma).

Per terminare, come testimone posso affermare, che il lancio degli Oscar provocò un vero terremoto nel tranquillo arcipelago dell’editoria di quel tempo.
I primi venti titoli degli Oscar esemplificano, con un campione efficace, l’ampiezza delle scelte che ubbidiscono a diversi criteri di valutazione della letteratura, con attenzione a mescolare colto e popolare.

Oltre i primi quattro titoli troviamo: Steimbeck, La luna è tramontata; Gogol’, Le anime morte; Ambler, Topkaki; Wright, Ragazzo negro; Wilson, Scandalo al sole; D’Annunzio, Il piacere; Boulle, Il ponte sul fiume Kwai; Austen, Orgoglio e pregiudizio; Verga, I Malavoglia; Greene, Il nostro agente all’Avana; Roché, Jules e Jim; Maugham, Il filo del rasoio; Buck, Stirpe di drago; Arpino, Un delitto d’onore;  Maupassant, Una vita; Saroyan, Che ve ne sembra dell’America?

04/06/2005





        
  



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