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Ho tolto alla mia famiglia per la scuola Signor Presidente del Consiglio

| Lettera aperta al Presidente Berlusconi sulla Riforma scolastica promossa dal Ministro Moratti.

di Prof.ssa Antonella Piunti*

Si, Signor Presidente, oggi ho scioperato per mio figlio, per la generazione del futuro, ho scioperato perchè credo fermamente nella scuola pubblica, quella in cui ho studiato, dove si è formato mio marito, che frequenta mio figlio e dove lavoro da undici anni, assunta con l'ultimo concorso ordinario che la scuola ricordi. Ordinario sottolineo, e non per effetto di quelle leggine speciali... clienterali, e comunque toccasana di molti disoccupati intellettuali e non solo.

Si, Signor Presidente, oggi ho scioperato, ma come fanno ormai da qualche tempo gran parte delle brave madri del nostro paese, avrei dovuto salvaguardare meglio l'economia domestica della mia famiglia; ora dovrò spiegare a mio figlio che il prossimo mese lui dovrà fare a meno di qualcosa, un giocattolo, un libro magari, ed io, della messa in piega in parrucchieria, o di una serata in pizzeria con mio marito (e siamo fortunati!).

Si, Signor Presidente, scioperare per noi insegnanti (e non solo), costa troppo, 50 euro al mese fanno la differenza sa! Scioperare non è più per noi un diritto da tempo, non possiamo neanche esprimere le nostre idee, il nostro dissenso all'opinione pubblica, la nostra energia reattiva contro una nuova riforma della scuola (già malata da tempo per essere onesti fino in fondo) che fa finta di non sapere che molte se non tutte delle sue probabilità di successo dipendono dalla questione docente.

Si, Signor Presidente, questi docenti che fanno fatica ad arrivare alla fine del mese, che riescono a malapena ad assicurare un percorso di studi universitari ai propri figli, devono farsi carico anche del cammino della riforma, della sua incisività, della sua qualità per formare i cittadini del domani, dell'Europa, della società della conoscenza, senza alcun riconoscimento economico e, men che meno sociale.

Signor Presidente, il nostro lavoro non può essere ridotto ad un impego come un altro (e non vi si legga alcun accento elitario in questa affermazione), a quella efficienza di sistema che ascriverebbe la scuola pubblica e i suoi dipendenti al macrosistema della pubblica amministrazione.

Entri a scuola, Signor Presidente con suo figlio la mattina (oh dimenticavo che il suo frequenta una scuola privata ovviamente), entri nella scuola pubblica dei figli dei suoi concittadini, e guardi con i suoi occhi che cosa significa metter in pratica ogni mattina il binomio insegnamento/apprendimento, che cosa significa guardare negli occhi gli alunni, uno ad uno, cosa significa guardarsi negli occhi affinchè il processo educativo si fondi in modo indissolubile (corpo e mente) e permetta che ogni tipo di sapere non resti lettera morta nel cuore degli adolescenti.

Si, Signor Presidente, a noi insegnanti è richiesto ogni giorno, dalla nostra coscienza, prima ancora che da un contratto, di stare a scuola per starci, per aiutare le future generazioni a produrre un pensiero critico e cosciente, un pensiero in grado di decodificare la realtà in cui vivono per trasformarla e non per subirla a mò di servi.

Le pare poco? Le pare semplice?

Si, Signor Presidente, in quello che facciamo non ci sentiamo sempre bravi e fieri, sappiamo annzi riconoscere i nostri limiti, e sappiamo "dichiararci imbecilli, non imbecilli qualsiasi, bensi imbecilli interessanti" come imbecilli interessanti furono San Francesco o San Giuseppe da Copertino i quali non avevano paura di "praticare l'imbecillità" senza il bastone del potere, senza la logica del bastone! (P.Perticari).

Signor Presidente, ci perdoni allora  di non essere ora compiacenti alla sua ministra, non possiamo appoggiare la sua Riforma, è quella che non dimentica qual'è il centro del problema (binomio insegnamento-imprendimento) e i suoi attori, i docenti, che costituiscono la conditio sine qua non perchè la scuola si elevi al ruolo che gli spetta. La scuola ha bisogno di strumenti concreti, di condizioni di praticabilità, anche di nuovi modelli organizzativi e soprattutto di ritrovare la capacità progettuale, ma non può contare sulle risorse umane.

Noi, Presidente, questa scuola la vogliamo portare avanti, anche a nostre spese, come vede, ma la scuola dell'inclusione, la scuola del plurale, la scuola di qualità per tutti e per ciascuno, la scuola della nuova agorà, da dove possano risorgere le ceneri di una Nazione che fa acqua da tutte le parti.

Per finire, Signor Presidente, mio figlio ogni mattina si alza felice di andare a scuola: le sue maestre lo aspettano mi dice, non può ritardare, non vuole perdere un solo minuto della vita di classe. Signor Presidente, non faccia che lui come molti altri, perdano l'affezione per i loro educatori, magari stanchi e demotivati talvolta, ma preziosi!

La scuola è il futuro del nostro paese Signor Presidente!

*Docente Ordinario di ruolo di lingua e civiltà francese

31/03/2004





        
  



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