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L'ambiguità e il potere della parola

San Benedetto del Tronto | La parola comunica sul presupposto di una fiducia reciproca tra gli interlocutori altrimenti diventa vuota e vana formula.

di Maria Teresa Rosini

Le parole sono l'essenza stessa dell'umanità, la possibilità, non concessa ad alcun altro vivente, di costruire una comunicazione puntuale, logica, razionale con i suoi simili, la opportunità di esercitare una riflessione e sviluppare un pensiero che abbia per oggetto sé stesso, che sia in grado di provare a saggiare la profondità e il senso dell'esistenza umana elaborando domande e risposte sul reale che sappiano anche trascenderne i limiti e proiettare in un "altrove" via via definendone nuovi territori e nuovi confini: costruire, cioè una cultura.

Dietro ogni parola c'è quindi ben oltre che la semplice successione di suoni o segni che la compongono. Ognuna di esse per essere significante deve essere inserita in un contesto di cui si hanno ben chiari i confini: la comunità sociale all'interno della quale se ne è negoziato, nel tempo, l'uso e il senso.

Ma il valore della parola "l'elemento decisivo che conferisce al linguaggio umano le sue virtù peculiari non è nello strumento in sè stesso, ma nel posto che esso lascia a chi parla". La parola comunica sul presupposto di una fiducia reciproca tra gli interlocutori altrimenti diventa vuota e vana formula.

Chi conosce un numero più elevato di parole (possiede cioè un più elevato livello culturale), diceva già Don Milani, riesce ad esercitare maggiore potere di contrattazione, ad avere maggiori possibilità di successo personale, più efficaci possibilità di difesa, la parola si presta a diventare uno strumento di persuasione, di fascinazione e subordinazione collettiva all'idea o all'azione che intende veicolare e può facilmente essere usata in modo individualistico. Gli antichi e i moderni oratori, vi hanno fondato talvolta la loro fortuna e non certo con sempre nobili e limpide intenzioni.

E' perciò uno strumento che rende gli uomini profondamente diseguali e, dato che attraverso di esso spieghiamo noi stessi e il mondo, possederlo, saperlo gestire, finalizzarlo ad uno scopo rappresenta un'arma vincente non di rado ben più potente di altre più "materiali", ma meno duttili.

Come per ogni strumento di potere, quindi ancor più per la parola, la presenza di una dimensione etica e valoriale in chi la utilizza, rappresenta un requisito indispensabile per indirizzarne l'utilizzo in senso comunitario, quello più coerente al concetto stesso di comunicazione.

"E' fondamentale la relazione etica che si stabilisce tra il parlante e la sua lingua" "....una lingua umana ha potuto infatti prodursi solo nel momento in cui il vivente si è impegnato a rispondere con la sua vita delle sue parole, a testimoniare in prima persona per esse".

Cosa può accadere se si perde questo legame, questa relazione tra parole e contesto o contesti di riferimento, se si perde il "nesso etico e politico che lega le parole, le cose, le azioni"?

Oggi più che mai pare che la realtà della comunicazione scavi un solco sempre più profondo tra la potenza evocatrice delle parole e il contesto di riferimento di ciascuna di esse, la piena consapevolezza del significato e della molteplicità di riferimenti che comprende e del legame etico tra parola e azione.

Se le parole hanno senso all'interno di comunità che ne posseggono il codice, che quel senso hanno fondato su un percorso di esperienze condivise, di intenzioni, di motivazioni, cosa accade se, a causa di una infinita intersecazione di contesti e di una progressiva separazione tra parola e azione, lo strumento più potente in nostro possesso si svuota della sua capacità chiarificatrice, tendendo a divenire infida, scivolosa superficie deformante di una realtà che tradisce di continuo?

Citazioni da:

Il potere delle parole, Giorgio Agamben, La Repubblica, ottobre 2008.

26/02/2009





        
  



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