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Storia delle lapidi nostrane e fantasticheria di quelle che non ci sono

San Benedetto del Tronto | I servizi e l’organizzazione della città e del territorio sono oggi adeguati alla funzione comunicativa assolta forse per incidente dalla lettura ragionata delle lapidi nostrane?

di Renato Novelli


Non amo le lapidi. Per il linguaggio retorico, troppo conciso che non si addice ai chiacchieroni come me. E ancora di più non amo le iscrizioni solenni, perché la lapide rappresenta il nocciolo duro della rigidità della scrittura. Chi ama il camminare, ama la narrazione orale, le parole che volant ed esprimono gli aspetti frammentari degli sguardi e dei pensieri, mentre lontani dalla mente di noi piccoli nomadi locali a rate, sono gli scripta che manent, pesanti come mattoni, inamovibili, precisi e riduttivi come lo furono le regole della civilizzazione repressiva.

L’Odissea tramandata oralmente per generazioni, recitata dai pastori lungo i pascoli dell’Arcadia o dagli artigiani ateniesi, tra un colpo di martello e l’altro, era più bella, ricca, emozionante della bellissima versione scritta che tutti conosciamo. San Benedetto ha troppe lapidi o troppo poche ? Difficile a dirsi. Certo alcune sono singolari e più simpatiche o più arruffone delle lapidi classiche di luoghi più nobili e solenni di noi( siamo pescatori, ortolani, per tradizione, mica poetanti). Parto dalla Rotonda e mi muovo fino al Molo Nord. In cammino lungo il porto si trovano quattro lapidi del mondo marinaro.

Tre lapidi riguardano episodi della litania infinita delle vittime della navigazione. Ma al di là delle parole, confrontate le nostre lapidi con queste contenute a pagina 44 – 45 del Moby Dick di Melville Edizioni Frassinelli, traduzione di Cesare Pavese.)

Morire a 18 anni

Porto di San Benedetto:

Sosta navigante
E pregando
venera gli umili eroi del mare
che per la patria caddero e per noi
Alla memoria del diciottenne
Silenzi Francesco
30 Gennaio 1946
La società sportiva vela

Cappella del Baleniere a New Bedford:

Consacrata alla memoria di
John Talbot
Che a diciott’anni si perdé nel mare
Vicino all’isola della Desolazione
Al largo della terra di Patagonia
Il 1° Novembre del 1836
Questa lapide alla memoria
La sorella pose

Morire del proprio mestiere:

Porto di San Benedetto:

In memoria
Dell’equipaggio del motopeschereccio “Carla”
Scomparso tragicamente
L’11 dicembre 1948
Per lo scoppio di mina vagante
La ditta N. Marchigiani e figli
C.A. Sciarra e S.A. Pignone Firenze
posero
Federici Fiorello Fanesi nicola
Novelli Emidio Fiscaletti pietro
Bruni Federico Ferrara antonio
Papetti Filippo Liberati giovanni
Di Stanislao Michele Bruni giuseppe
Torriglia Giovanni
collaudatore della Soc.Pignone

Cappella del Baleniere a New Bedford:

Consacrata alla memoria di
Robert Long Willis Ellery
Nathan Coleman Walter Canny
Seth Macy Samuel Gleig
Formanti l’equipaggio d’una delle lance
Della nave Elisa
Che vennero trascinate al largo da una balena
Nelle acque di caccia del Pacifico
Il 31 Dicembre 1839
Questa lapide i colleghi sopravvissuti
Posero

L’Adriatico e il Signor Oceano Pacifico, sono in apparenza diversi e lontani, il borgo di balenieri tra New York e Boston dove si mangiava “stufato di telline con maiale”(così traduce Pavese, ma si trattava di “tellone ”) e il microcosmo dove si sperimentava il brodetto di 12 pesci, sono in apparenza molto diversi, eppure nelle lapidi, c’è un dato sentimentale e sociale che accomuna le iscrizioni riportate nel romanzo di mare più famoso del mondo e il piccolo, porto della piccola San Benedetto:non sono autorità altisonanti a porre le lapidi, ma piccoli soggetti di un profondo, familiare e quotidiano sentire: i compagni in America, gli armatori a San Benedetto, la sorella laggiù e un club di vela locale quaggiù.

E per il Rodi la società di Mutuo Soccorso. Lapidi dal basso, scaturite dalla famiglia o dalla comunità.. Una pietà semplice per un dolore privo di ogni retorica. Le morti in mare hanno in sé un senso unico del sovrastare della sventura sulla vita dei marinai. E’ in questo senso, che leggo la parola “umili” per gli eroi del mare nella lapide per Silenzi. . Lo esprime la chiusura del Moby Dick dove Melville descrive il paesaggio marino subito dopo l’affondamento del Peqod, delle scialuppe e l’inabissarsi della balena bianca con il Capitano Achab trascinato giù con lei: “Piccoli uccelli volarono ora, strillando sull’abisso ancora aperto; un tetro frangente bianco si sbattè contro gli orli in pendio; poi tutto ricadde e il gran sudario del mare, tornò a stendersi come si stendeva cinquemila anni fa”

La lapide del Rodi ha l’andatura di questo annichilimento solenne e del dolore inesprimibile contenuto, ma è lo specchio di una comunità intera mobilitata per il la pietà del recupero dei cadaveri, che accompagnò la morte delle dieci vittime con la forza di un movimento di massa e la commozione dell’intimità. Una nota è inevitabile. Sulla lapide sovrasta la citazione latina “navigare necesse est” Non so chi l’abbia proposta, ma purtroppo questa frase è seguita nella tradizione romana da un terribile “vivere non est necesse”. Deriva dal tremendo discorso che Gaio Duilio tenne ai marinai romani prima della battaglia di Mille (Milazzo) durante la Prima Guerra Punica. Mi pare.

La quarta lapide riguarda un episodio collettivo e politico di guerra. Nel 1943, la flottiglia di pescherecci di San Benedetto, salpò al comando del Comandante Nebbia, per evitare di consegnare gli scafi all’esercito tedesco e raggiunse il Sud controllato dagli alleati. Un episodio importante, ricordo di una resistenza poco armata, ma di disobbedienza civile, che pure fu importante quanto le azioni delle formazioni partigiane o forse più ?).

Al porto manca una lapide. Sulla piattaforma, nel muretto, a fianco della cabina del segnale verde che indica la destra dell’entrata del porto ai naviganti, potrebbe esserci una iscrizione che suonerebbe così:
Ai sambenedettesi di tre generazioni, che, partiti dalla piattaforma opposta del molo sud, conclusero su questa piattaforma la traversata detta Punta – Punta, compiendo così il rito di passaggio dall’infanzia all’adolescenza.
Altro che licenza di Terza media e Avviamento !
La città impietosita, pose.

Al Molo Sud, nel primo tratto, s incontrano i versi di Bice Piacentini Rinaldi in lapide, tra i massi di scultura viva che sono quasi invisibili, dico sia le lapidi che le sculture. Forse varrebbe la pena che l’amministrazione ne parlasse con qualche esperto di illuminazione o di esposizione, scienze oggi difficili ed essenziali. Il monumento a Il gabbiano Johnatan Livingstone ha un’iscrizione che colloca il gabbiano medesimo nel profondo di tutti noi. La frase non m i piace e non mi piacciono troppo neppure i gabbiani. Il loro volo è elegante, ma arrogante e assistito è il loro modo di vita.

L’ambiguità è tutta qui. Come nel mito dell’uomo sciupatore di femmine (pare che statisticamente abbiano attività meno intensa di molte gatte morte), il gabbiano mangia ciò che la civiltà passa, è violento nella contesa del cibo, lo ruba in volo, caccia altri poveri pennuti più mansueti dall’accesso alle risorse, come fanno certe agenzie nel mondo degli appalti, delle concessioni e dei servizi. Mi piace più l’uccello fregata del Pacifico, solenne nel volo sulla distesa dell’alto oceano, si apre ai venti e si getta in picchiata nelle valli formate dalle onde per afferrare un pesce fino nelle profondità.

Nella letteratura orale della Polinesia, questa tecnica prodigiosa è interpretata come il simbolo della vita sentimentale che spazia negli orizzonti ampi della relazione d’amore struggente e poi accelera all’improvviso le emozioni fino al fondo delle profondo sentire. Ma onore e simpatia a chi ha voluto vedere nel gabbiano quasi domestico, il simbolo della libertà. Più avanti il monumento a Monsignor Sciocchetti, chiude la lapide annessa con un’affermazione originale: si dice del prete, che varò il primo “vapore” della nostra storia di centro marinaro, “sostituì alla forza del vento, l’ingegno dell’intelligenza e della volontà”. Più o meno.

Ma per venti secoli, la vela che imbrigliava la forza e la libertà del vento è stata una delle scienze più ingegnose, straordinarie della scienza umana. La trazione a motore ha rappresentato una svolta, ma di tecnologia non di ingegno. Come sanno i velisti di oggi e sapevano i paroni di paranze di ieri.
Dal Molo verso il centro. Qui troviamo il monumento di tutti i monumenti: quello ai caduti della Prima Guerran Mondiale. Perché in Europa, in tutti i paesi si diffuse immediatamente dopo la guerra, in ogni piazza di paese, la costruzione del monumento ai poveri fanti che non erano tornati per raccontare quella guerra orribile ? Ne ho visitati molti in Germania, paese sconfitto.

Credo che abbia ragione Benjamin quando dice (Saggio sul Viaggiatore incantato di Leskov), che l’orrore della trincea era stato tale da ammutolire i narratori popolari tradizionali. I monumenti forse nacquero proprio da questo terribile impotenza alla parola vissuta, per esprimere la sofferenza della Guerra. Dalla parte opposta della base del monumento, campeggia la lista dei caduti della Seconda Guerra Mondiale. Sta scritto: “Sambenedettesi caduti della Guerra 1940 1944” . In verità la guerra finì, come tutti sappiamo il 25 Aprile del 1945, ma nel 1944 San Benedetto fu liberata, il fronte si spostò a Nord e le sofferenze furono per noi finite. In Piazza Nardone, una piccola lapide ricorda il Maresciallo Nardone e il suo appuntato che portava il nome di Isaia, per certo inviso ai nazisti. Furono uccisi da soldati della Wermacht per aver difeso cittadini inermi contro la violenza. Come al porto, ritroviamo qui, quella resistenza disobbediente e non organizzata che rappresentava il buon senso sentimentale di un popolo che i generali giudicavano voltagabbana. Qui ci vorrebbe una lapide che non c’è.


Viandante che sosti in sordina
Leggi sui muri la storia piccolina
Della genìa che, non mal, vita trascina
Tra il Monte di Bruniccio e la Sentina
Gli eredi della comunità che fu
posero

Abbiamo, in fondo, da offrire a noi stessi e agli altri una semplicità che sembra facile ed è più complessa delle profondità del mare, i servizi e l’organizzazione della città e del territorio sono oggi adeguati alla funzione comunicativa assolta forse per incidente dalla lettura ragionata delle lapidi nostrane ?

26/08/2006





        
  



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