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Canto immobile

Porto San Giorgio | Immobilità esistenziale vs dinamicità intellettiva. Intervista a David Riondino

di Francesca Ripa e Silvia Carelli

Cosa pensano le statuine del presepe condannate all’immobilità fisica delle loro pose plastiche? Come un Leopardi che ammira l’infinito aldilà della siepe, loro immaginano ciò che non possono vedere ne toccare. Intervista all’artista poliedrico e multiforme, David Riondino, artefice e narratore de Il presepe vivente e cantante andato in scena giovedì sera al teatro comunale di Porto San Giorgio. Musiche scritte ed interpretate da Stefano Bollani e voce di Paolo Benvegnù, Monica Demuru, Petra Magoni, Mauro Mengali, nei panni dei quattro pastorelli immobili.

Lei passa con disinvoltura dalla televisione, al teatro, al cinema, alla musica. Come fosse un burattinaio dei linguaggi, le piace sperimentare?
Beh, sono molti anni ormai. Ma più che altro io me le canto e me la suono. Gli elementi base sono la chitarra, un palcoscenico, delle luci. Per cui quando c’hai poco, fai una canzone, fai magari un racconto. Quando hai la possibilità di prenderlo e di implementarlo in un certo quadro, fai una cosa televisiva, usi il video. Se c’hai più strumenti puoi far dei film.

È più una questione di necessità o di opportunità?
Ma sono tutte e due. Certe cose sono meglio scritte, certe altre sono meglio cantate. Per me per quanto mi riguarda è roba di scrivere. Io c’ho delle cose, c’ho dei diari. È un hobby che mantengo via via. Poi invece vengono delle idee, si precisano degli scenari, anche dei temi. L’occasione fa sempre scattare la forma. In questo caso il comune di Prato ci chiese di fare qualcosa per Natale. Era un’idea che girava in Italia. C’erano degli strumenti che erano i cantanti. C’era un pianoforte. Molti soldi non ce ne erano per fare una produzione “vera”, una scenografia neanche. E venne fuori st’idea dell’immobilità che era comunque un’idea precedente. Che magari circolava già da prima e per Natale è stata rielaborata nella forma del Presepe. Se c’avessero proposto i Parchi Nazionali e le foreste forse avremmo fatto la foresta immobile con gli alberi che cantano. C’è sempre una dinamica che è simile a quella del navigare, però le idee sono chiare. Come, ad esempio, il tema della rottura dell’immobilità di ciò che siamo, di cosa possiamo diventare. In che maniera diventarlo, e perché. Sta fatica di essere sempre ciò che si è. E l’inquietudine di esserlo … O direi questa bellezza di esserlo. Si può sviluppare in molti modi, questo è soltanto uno di essi.

Qual è il linguaggio con cui si trova più a suo agio?
In genere faccio delle cose che mi interessano e poi dopo a seconda del mezzo che usi si trasformano. Se si fa una cosa sull’improvvisazione, in televisione, come nel Maurizio Costanzo Show, non è che puoi fare un’improvvisazione di ore, o usare le ottave con cui cantano i contadini, però la cosetta del “Jo Meschino” era un accenno a quel mondo lì, però doveva essere ridotto in un intermezzo di minuti. Sarebbe diverso se dovesse andare in un palcoscenico, se mai lo faremo. La mia dimensione principale per me è scrivere e musicalizzare quello che scrivo.

Il confine tra demenzialità e genialità, qual è secondo lei?
Ma qui … c’è uno scarto sul tema, anche come Stefano suonava in modo bizzarro, che sdrammatizza, a volte aggiunge delle cose. È quello che permette di ottenere delle variazioni sul tema.

Per restare nella demenzialità intelligente, però, e non scadere nella banalità bisogna essere molto bravi…
Non so da cosa dipenda. Ognuno ha il suo gusto. Noi fortunatamente siamo piuttosto omogenei. Abbiamo un modo di scherzare che ci accomuna. E che non fa rompere più di tanto i modelli, comunicazione permettendo, di non scendere nel decisamente grezzo o nel decisamente serioso. Ma sicuramente si fonda su un impianto molto vasto. La misura qual è? È la discrezione per esempio. Cioè non tutto si può sempre dire. Si rappresenta una cosa che in quel modo sintetizza. Uno spettacolo è sempre un cesto di frutta che grosso modo fa vedere cosa coltivi. Casomai queste forme di eccesso di volgarità, eccesso di curiosità o altro, possono capitare quando in uno spettacolo uno vuol dire tutto e il contrario di tutto di quello che voleva dire fin da bambino. E’ più un problema di personalità. Capita spesso a persone che non hanno trovato una misura in questo lavoro. Questo lavoro è fatto di tanti spettacoli e non di uno solo. E anche uno stesso spettacolo è fatto di tanti modi diversi. E’ il flusso di cose che fai e non la cosa in sé. Io e Stefano siamo abituati a questo.

Più volte ha portato in scena personaggi ignorati dai più. E’ perché l’affascinano?
A me piacciono. Pensare che esistano personaggi che senza essere protagonisti della storia hanno una loro forte identità…

È per un senso di giustizia?
No. È per un senso di libertà. A me affascinano gli improvvisatori. In poesia, ma anche in musica. Perché sembra vero quello che fanno. Emerge una cosa che è la verità. Espressa in una forma. E questa forma è il lessico, la lingua che usiamo. Beh! Un tempo il depositario della verità era il poeta. Aveva dei criteri e dipingeva con le parole. E non tutti riescono a fere questo. Lui riusciva a farlo con un’operazione di memoria. Successivamente questo è cambiato. Adesso la verità è una cosa incredibile e la cosa significativa è che non tutti riescono a coglierla. Quindi in realtà la verità è sempre un punto profetico, per certi versi.

In un racconto di Rodari che lei ha portato in scena Gelsomino nel paese dei bugiardi si racconta di un re che riformula il vocabolario, è la preveggenza di un Berlusconi che vuole riformulare la costituzione?
E’ possibile! E’ molto elementare Berlusconi, quindi se deve fare un discorso lo fa in maniera elementare, se deve fare uno che comanda lo fa in maniera molto elementare, se deve fare il marito lo fa in maniera elementare, se fa l’amante lo fa in maniera elementare.

Scontato?
Piccolo, un tamburo sordo.

Però ha un grande consenso.
Questo non dipende da lui dipende da tante cose. Lui interpreta la sensazione che si può diventare ricchi anche essendo stupidi non particolarmente sviluppati e questa è una grande vocazione. E’ più un santone che un politico.

Lo strapotere della televisione può crollare per l’avanzare di altri mezzi? Per esempio internet, o magari il teatro…
No, la televisione è un elettrodomestico, può mandare cose interessanti e non interessanti.

Però ha una grande influenza.
E’ una forma di alfabetizzazione.

Può essere surclassata da…
,,,dal punto di vista della profondità si, della penetrazione no! E’ molto efficace come mezzo e a seconda di chi la controlla può essere dannosa.

31/12/2005





        
  



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