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Occhi aperti / Occhi chiusi

| Note su cinema e dintorni.

di Dante Albanesi

OCCHI APERTI       "Confidence", il cinema come gioco

Fra Tarantino, Scorsese e "La stangata", "Confidence" guarda al pubblico come all'avversario di una partita a scacchi. Ogni sequenza è una mossa, ogni inquadratura un bluff, un attacco, una difesa, un sacrificio necessario, al quale lo spettatore deve saper reagire nell'arco di pochi istanti. Una scacchiera dove il protagonista si chiama (ovviamente) "Il Re" e dove i pezzi hanno tutti lo stesso colore, contemporaneamente bianchi e neri, truffatori e onesti, vivi e morti.

"Confidence" non brilla per la strada che percorre, ma per i mille vicoli e svolte che lascia a malapena intravedere lungo la sua folle corsa. James Foley ingarbuglia un intreccio manierista, frenetico, maledettamente divertente, forse anche superficiale. Ma è bello, di tanto in tanto, incontrare un film che rinuncia a crucci intellettuali e messaggi politico-sociali, per abbandonarsi alle acrobazie di una giostra narrativa impazzita.

OCCHI CHIUSI   Il processo infinito di "Porta a porta"

La più perfetta delle telenovele italiane non è "Incantesimo", né "Un posto al sole", ma l'imperscrutabile vicenda di Cogne che "Porta a porta" racconta a scadenza settimanale dal gennaio 2002. Discepolo di Corrado Augias e del suo "Telefono Giallo", che sul Delitto di Via Poma prosperò per anni (senza ovviamente risolvere nulla), Vespa surclassa ogni concorrenza grazie a una rivoluzionaria inversione: non spinge la televisione verso la realtà, ma trascina la realtà verso la finzione, reprimendola in un teatro i cui personaggi (Taormina, Crepet, la Palombelli) sono inevitabilmente gli stessi.

Una piece che replica ogni sera il proprio copione, dove si entra in scena suonando un campanello, accompagnati da un maggiordomo in livrea, mentre la musica di "Via col vento" avvolge l'atmosfera. Mai studio televisivo potrà essere più fittizio, più "palcoscenico".
In questa dimensione palesemente virtuale, qualsiasi giudizio assume carattere di "impunità".

Ad ogni suo personaggio (anche se nulla sa di Cogne, e ancor meno di Giurisprudenza), il drammaturgo Vespa concede il potere di condannare/assolvere Anna Maria Franzoni senza dubbio alcuno. Un'assise mediatica che punta costantemente alla sentenza senza mai raggiungerla, coronando però ogni singola seduta in una condanna implicita: verso i carabinieri che inquinarono le prove del delitto.

Ma quel primordiale inquinamento fu la sua fortuna, poiché a Vespa non interessa la verità, bensì l'incertezza. La verità troncherebbe per sempre la sua telenovela, mentre l'incertezza la farà vivere in eterno; e domani il suo pubblico di fedeli sarà di nuovo in attesa della Rivelazione finale.

Ora, sarebbe fuorviante chiedersi perché "Porta a porta" non si occupi mai di mafia, di terrorismo, del conflitto di interessi di Berlusconi, dei trascorsi d'affari tra Bush, Saddam e Bin Laden... Vespa punge soltanto le piccole ferite, non quelle in cui può restare invischiato. E per tragica ironia, questo suo cautissimo punzecchiare finisce col donare un senso, un movente, a crimini che forse non lo avranno mai. Perché è stato ucciso Samuele? Perché "Porta a porta" possa continuare a fare ascolti. 

27/09/2003





        
  



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